Italia la peggiore. I salari reali sono scesi del 7,5% dal 2021
A causa della totale assenza della contrattazione sindacale, in Italia i salari reali sono scesi del 7,5% dal 2021.
Pubblichiamo un autorevole articolo apparso ieri su Il Corriere della Sera.

Il rapporto sull’occupazione lancia l’allarme sull’equità intergenerazionale. Gli anziani hanno un reddito superiore ai giovani. Nel 1995 era il contrario.
In Italia, nonostante siano in aumento, i salari reali non hanno ancora recuperato il potered’acquisto perso per via dell’inflazione. E nessun Paese ha fatto peggio dell’Italia,ribadisce il rapporto dell’Ocse 2025 sull’occupazione, presentato al Cnel, che quest’annoha come sottotitolo la domanda che angoscia tutti gli economisti: «Riusciremo a superarela crisi demografica?».
Il record dell’occupazione
Nonostante il rallentamento della crescita economica dalla fine del 2022, il mercato dellavoro italiano «ha raggiunto livelli record di occupazione e minimi storici didisoccupazione e inattività». L’occupazione è aumentata dell’1,7% da maggio 2024 amaggio 2025, «trainata in particolare dalle persone oltre i 55 anni di età». Tuttavia, iltasso di occupazione in Italia rimane «significativamente inferiore alla media Ocse»:62,9% contro 70,4%. Secondo le previsioni contenute nel rapporto, «il tasso didisoccupazione dovrebbe rimanere stabile nel 2025 e nel 2026 mentre l’occupazionetotale dovrebbe crescere rispettivamente dell’1,1% e dello 0,6%».
Salari al palo
Sul fronte delle retribuzioni, «i salari reali stanno crescendo, ma c’è ancora margine direcupero». L’Italia, confermano infatti gli esperti dell’organizzazione dei Paesi piùavanzati, «ha registrato il calo più significativo dei salari reali tra tutte le principalieconomie dell’Ocse». Nonostante un aumento «relativamente consistente» nell’ultimoanno, «all’inizio del 2025 i salari reali erano ancora inferiori del 7,5% rispetto all’inizio del2021». I recenti rinnovi contrattuali hanno «portato ad aumenti salariali negoziati superiorial solito» tuttavia non sufficienti a compensare completamente la perdita di potere d’acquisto, senza contare che «un dipendente su tre del settore privato» ha ancora ilcontratto scaduto. E la crescita dei salari reali, si legge nel rapporto, «dovrebbe rimaneremodesta nei prossimi due anni».
Il Pil pro capite destinato a calare
In prospettiva, ciò che preoccupa l’Ocse è l’invecchiamento della popolazione: «Il numerodi anziani per persona in età lavorativa aumenterà del 67% entro il 2060 in tutti i paesidell’Ocse». In Italia, tra il 2023 e il 2060, la popolazione in età lavorativa in Italia diminuiràdel 34%. Di conseguenza,
se oggi per ogni 2,4 lavoratori c’è un anziano a carico, fra 35 anni il rapporto scenderà aun anziano per ogni 1,3 persone in età di lavoro. «Ipotizzando che la crescita annualedella produttività del lavoro rimanga al livello del periodo 2006-2019 (0,31% in Italia), ciòimplica che il Pil pro capite diminuirà a un tasso annuo dello 0,67%».
Aumentare l’occupazione, in particolare di anziani e donne, promuovere l’immigrazioneregolare e l’aumento della produttività è la ricetta indicata nel rapporto. «Se laproduttività crescesse della metà del tasso osservato nell’Ocse negli anni Novanta (circal’1%), la crescita annuale del Pil pro capite italiano potrebbe raggiungere un buon 1,34%.Tuttavia, questo obiettivo appare difficile per l’Italia, date le performance degli ultimidecenni».
Crescerà la diseguaglianza intergenerazionale
Infine, l’Ocse lancia l’allarme sull’equilibrio intergenerazionale. «Negli ultimi trent’anni – silegge – i baby boomer hanno goduto di una crescita del reddito significativamente piùforte rispetto alle coorti più giovani. Se non si troverà modo di aumentare i redditi dellecoorti più giovani, la
disuguaglianza intergenerazionale crescerà». I seguenti dati mostrano in manieraimpressionante come è cambiata la società: « Mentre nel 1995 il reddito disponibileequivalente delle famiglie dei giovani in età lavorativa era superiore dell’1% rispetto aquello degli italiani tra i 55 e 64 anni, nel 2016 la situazione si è ribaltata a favore deilavoratori più anziani, che godono di un reddito superiore del 13,8% rispetto a quello deiloro colleghi più giovani». Per questo il rapporto consiglia di aumentare ancora «la duratadella vita lavorativa», così da avere non solo più manodopera, ma anche per alleggerire«l’onere che grava sulle generazioni più giovani, che devono
affrontare le sfide economiche dell’invecchiamento demografico mentre sperimentano unrallentamento della crescita del proprio reddito». Ma l’Italia, osservano gli espertidell’Ocse, «ha una percentuale relativamente alta di lavori impegnativi dal punto di vistafisico (42%), che possono rappresentare una sfida per i lavoratori anziani». E quindi,anche da questo punto di vista, per il nostro Paese la sfida di contrastare il declinodemografico è più dura.