INTERCESSIONE CONTRO LE EPIDEMIE

L’altare di San Sebastiano, San Rocco e Sant’Antonio Abate nel Duomo di Candiana

Il primo altare, entrando sulla sinistra, del Duomo di Candiana (PD) colpisce sùbito l’osservatore. È dedicato ai Santi Sebastiano, Rocco ed Antonio Abate.

È chiaro che detto l’altare è dedicato alla tutela del credente dalle epidemie per le quali si domanda l’intercessione ai Santi.

San Sebastiano, protettore dalla peste (venerazione tarda, difensore dalla peste forse perché essa causa bubboni simili a quelli delle ferite di freccia con le quali il Santo era stato trafitto, forse perché la peste era considerata una freccia dell’ira divina scagliata sulla terra per punire gli uomini, forse perché a Roma nel 680, durante una pestilenza, il popolo si era appellato al Santo e la peste cessò; in ogni caso San Sebastiano non morì a causa delle ferite, ma fu guarito grazie all’intervento di Sant’Irene).

San Rocco, anch’esso protettore dalla peste e dalle malattie contadine (in vita il Santo si adoperò in tal senso). Nel dipinto raffigurato in abiti da pellegrino, con bastone e bisaccia, in cammino, segno che allora il monastero di Candiana accoglieva e dava rifugio a quanti avevano intrapreso viaggi religiosi.

Sant’Antonio Abate, protettore dal “fuoco di Sant’Antonio” – hepes zoster (il Santo aveva sopportato in vita le piaghe di Satana, il quale l’aveva messo alla prova, piaghe simili a fuochi che ardevano, infatti è raffigurato nel dipinto candianese davanti ad un rogo).

Ma altri elementi indicano che l’altare era dedicato alla protezione dalle epidemie. In primo luogo la scritta sovrastante l’altare “ANNO SALUTIS MDCLXXV DIEBUS IVNIJ”, ove “salutis” non può stare per “anno Domini”, ma evidentemente per “salvezza” intesa come “salute corporale”; nel 1675 era probabilmente cessata una qualche epidemia nella zona, forse di peste?; inoltre interessante è il mese di consacrazione “iunii” (specificazione non presente sugli altri altari del Duomo), mese nel quale ricorre il Solstizio d’estate, festa pre-cristiana e giorno di San Giovanni Battista, nel quale la terra è illuminata dal sole per la maggior parte del tempo, ricevendone benefici ed abbondanza, ed anche il giorno in cui è esaltata l’ascesa dell’intelletto solare sopra-sulla natura lunare, il primo elemento si compenetra al secondo formando l’uno.

Non sfugge nemmeno il pentacolo alla base dell’altare. Chiariamo immediatamente una cosa: esso era usato dai neoplatonici quale simbolo di riconoscimento, rifacendosi gli stessi ai pitagorici circa lo studio dei numeri; i pitagorici chiamavano il pentacolo ὑγιεία – hygieia, ovvero “salute”; a riguardo il monastero di Candiana era abitato dai monaci agostiniani: Sant’Agostino d’Ippona è stato un teologo neoplatonico.

Al pentacolo candianese si potrebbe obiettare di essere capovolto e quindi significare il maligno (cfr. Eliphas Levi). Nulla di più sbagliato, riteniamo infondate senza indugio eventuali obiezioni; tale visione “capovolta” non è altro che un errore dovuto al malaugurato Concilio Vaticano II. Il pentacolo è “dritto”, se può avere senso usare questa indicazione ai soli fini espositivi, poiché è la proiezione in terram dell’altare stesso (inoltre si consideri come le apostasie sul “corretto” orientamento del pentacolo sono intercorse molti secoli dopo). A conferma anche il fatto che il sacerdote, pre Concilium, eseguiva la messa verso l’altare, dando ciò le spalle ai fedeli (e le celebrazioni negli altari laterali erano molto frequenti, a differenza di oggi che sono usati come semplici ornamenti). Ancora inerente al simbolo, esso significa non solo salute, per derivazione greca, bensì anche l’ascesa dell’intelletto (il triangolo di punta) sui quattro elementi naturali (i triangoli inferiori) formando un continuum nell’uno (il tracciamento del simbolo richiede la fermezza della mano); è richiamato così il “iunii” di San Giovanni Battista e l’emanatismo neoplatonico; in esso è pure possibile l’inscrizione del disegno dell’uomo, raffigurabile all’interno del pentagono, significante il microcosmo nel macrocosmo universale (cfr. Ermete Trismegisto).

Curiosa è anche la testa di donna posizionata sopra il dipinto. Non pensiamo sia un abbellimento ornamentale. Chi lo afferma ci fa sorridere. Appare Sant’Irene di Roma, colei che ha curato di San Sebastiano salvandolo dalla morte, protettrice dei malati. Oppure una sfinge o meglio Ipazia, egiziana e neoplatonica, trucidata dai fanatici monaci Parabalani, una corrente estremista cristiana violenta dedita alla cura dei malati di peste. Ipazia, filosofa pagana, accettava al suo insegnamento persone di diverse religioni, nel mentre imperava l’editto di Tessalonica con cui l’imperatore Teodoro aveva decretato il cristianesimo unica religione di Stato, dando ordine di distruggere i luoghi ed i libri di diversa estrazione. Raffigurata nell’altare candianese Ipazia, simbolo del libero pensiero, ci significa la sensibilità dei monaci agostiniani del Duomo: Ipazia è il segno manifesto della pluralità delle idee da loro accettate; del disinteresse con cui si dedicavano alle opere di soccorso, evidentemente anche spirituali; la conservazione nella biblioteca monacale di opere afferenti a diversi orientamenti; altresì la necessità d’innalzare l’intelletto attraverso lo studio piuttosto che coi dogmi ecclesiastici. Infine il fatto che Ipazia sia il misterioso volto è chiaro dall’acconciatura, dalla corona e dai gioielli egiziani ch’essa indossa.

Non da ultimo è necessario soffermarsi sulla collocazione dell’altare all’interno del Duomo. Esso è il primo entrando sulla sinistra, ovvero verso l’entrata profana e non quella dei monaci, a significare che l’altare era dedicato per loro. Infine non sfugge come sia orientato verso nord. Di ciò non abbiamo spiegazioni, ma sicuramente non è casuale; forse ivi era l’insediamento abitativo del paese.

Altro potremmo dire sulla Sacra Opera, ma lasciamo agli osservatori più attenti addentrarvisi.

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